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Vietnam: progetti, incontri e ... "miniere" da scoprire

Gen 28 2020

Pubblichiamo un emozionante resoconto di una nostra volontaria, Lucia Bettani, che e' stata in Vietnam qualche mese fa' e che ci lascia queste righe cariche di voglia di conoscere il mondo e capacita' di mettersi in gioco.

“Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo […]” (Tiziano Terzani, Un indovino mi disse)

La “miniera” può trovarsi anche in un piccolo locale ad Hanoi. Una sola stanza che si affaccia sulla strada trafficata di pedoni e motorini, all’ingresso della quale un’esile ragazza mi accoglie chiedendomi cosa vorrei mangiare (il tutto a gesti, perché non parla inglese ed io non conosco il vietnamita). Una volta scelto il cibo entro nel locale e prendo posto. Quella sera avevo ordinato il riso con i gamberetti e come d’abitudine ho iniziato a pulirli prima di mangiarli. Ma, mentre lo facevo, guardando i piccoli crostacei pensavo che non ne avrei mangiato molto se avessi continuato a pulirli, dato il fatto che erano proprio piccoli. In quel momento si accomoda di fronte a me una signora sulla cinquantina. Mi guarda, sorride, e poi indica i gamberetti e mi fa capire che posso mangiarli così come si presentano. Da quella immagine, forse un po’ “comica”, di un’occidentale che pulisce invano dei gamberetti, io e la signora abbiamo iniziato a chiacchierare. Non è, però, stata un’usuale conversazione, poiché la conoscenza delle nostre lingue non ce lo permetteva. Di conseguenza abbiamo iniziato a conversare con i gesti. Mi ha raccontato della sua famiglia, dei figli e dei nipoti, e io le ho detto qualcosina di me, dandole un po’ la delusione del fatto che a 24 anni non ho né marito né figli. Quella sera, rincasando, ricordo che mi sentivo felice e accolta in un paese distante 9 mila km da casa, in cui avevo avuto la pazienza e la curiosità di fermarmi, ascoltare e mettermi in gioco.

Ma come sono giunta cenare con una signora sconosciuta dall’altra parte del mondo? Il “bandolo” della mia matassa è iniziato con il servizio civile presso GTV nell’ottobre del 2017, ignara del fatto che di lì a un anno e mezzo circa, sarei partita alla volta del Vietnam per svolgere una valutazione del progetto “Sviluppo dell’agricoltura familiare nel Nord del Vietnam”. Già, per quel Vietnam di cui avevo tanto parlato alle famiglie del Sostegno a Distanza, nei corsi di formazione tenuti nelle scuole e ai bambini più piccoli durante il mio servizio civile. Per quel Vietnam prima quasi ignorato, poi tanto sognato.

Nel corso del mio viaggio ho avuto l’opportunità di soggiornare sia ad Hanoi sia nella zona rurale del nord del Paese, nello specifico all’interno della provincia di Son Dong, dov’è in corso il progetto di agricoltura familiare per cui GTV mi ha chiesto di partire. Non parlerò qui nello specifico dei risultati della valutazione del progetto che ho portato avanti nel mio soggiorno in Asia, quanto piuttosto mi concentrerò sugli incontri avvenuti. Infatti il lavoro per cui sono partita richiedeva di svolgere un’analisi sullo stato dell’arte e di avanzamento del progetto attraverso la conduzione di interviste ai differenti destinatari. Di conseguenza ho avuto l’opportunità di incontrare molte persone: donne, uomini, contadini e contadine, madri di famiglia, allevatori e allevatrici, i rappresentanti delle istituzioni, tra cui quelle dell’Unione delle Donne, veterinari... Spostandomi all’interno della provincia di Son Dong ho potuto osservare differenti tipologie di abitazioni che si distinguono a seconda dell’etnia dei loro proprietari, conoscere storie diverse e godere di una delle qualità più evidenti all’interno del mio viaggio: lo spirito di accoglienza e attenzione verso l’ospite che le persone hanno in Vietnam.

Per svolgere le interviste, mediamente sei al giorno, insieme alla mia collega Que e a Dung, la ragazza che in quel periodo era impegnata in un tirocinio presso GTV Vietnam, mi sono recata in molte case, presso le quali sono stata accolta con una tisana. Il rito era sempre quello, una volta spogliate le scarpe, si entrava nell’abitazione e si prendeva posto o su delle sedie, oppure in terra seduti su di una stuoia. In seguito iniziava l’intervista. Mentre Que faceva da interprete, l’intervistato o l’intervistata, iniziava a pulire la teiera e le tazzine in cui, di lì a pochi minuti, avrebbe servito il tè. Anche se erano impegnate a rispondere alle domande, le persone erano molto attente a ciò che avveniva attorno a loro, sempre pronte a rispondere ai bisogni, non esplicitati, dei loro ospiti. Nel corso di un’intervista mi trovavo seduta su di una stuoia intenta a dialogare con un uomo anziano e suo figlio della loro attività agricola. Dato che ci trovavamo seduti per terra, prendevo appunti poggiando il quaderno sulle gambe e talvolta direttamente sul pavimento. Quando, ad un certo punto la sorella dell’intervistato si avvicina a me con una panca bassa, la posiziona di fronte a me e con la gestualità mi fa capire di utilizzarla come piano d’appoggio per scrivere. Ringraziando, proseguo la conversazione, ora con un tavolo.

Un altro bel ricordo che mi porterò di questo viaggio sono le serate trascorso nella guest house a Son Dong. Qui, dopo aver cenato, io, Que, Dung e Phu, il nostro autista, ci intrattenevamo con la proprietaria della casa e suo figlio. Nonostante tra di loro parlassero vietnamita non mi sono mai sentita esclusa dalla conversazione. Infatti, ogni tanto Dung o Que mi aggiornavano sull’andamento della discussione e mi coinvolgevano. La Cina, i vietnamiti che sono partiti alla volta di quest’ultima, qualche curiosità sull’Italia, erano questi gli argomenti che ci accompagnavano nelle serate tra un longan (un frutto molto simile al litchi), e un bicchiere di una bevanda molto fresca e altrettanto dolce. È in una di queste serate che, parlando di calcio (o di quel poco che conosco in materia), hanno immediatamente fatto partire “Notti magiche” di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, raccontandomi che è stata la canzone dei mondiali del 1990. È di questa capacità di coinvolgere e far sentire l’altro accolto che mi voglio ricordare e che, spero, aver appreso, almeno in parte.

Il Vietnam, è bello da osservare camminando tra le sue strade; attraversando un mercato ad Hanoi; scattando qualche fotografia; osservando le persone e i motorini che, nonostante i vicoli stretti, le bancarelle e le tante persone trovano lo spazio per passare e proseguire lungo la loro strada. Colori, ceramiche, profumi, odori, foreste, risaie, laghi, persone, motorini, pagode, frutta, cibo, caffè, ricordi, prendendo in prestito le parole di Terzani, il Vietnam è “una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove”.

Sono ripartita per l’Italia con un po’ di nostalgia e la voglia di tornare in quel paese dai colori sgargianti, perché per quanto io abbia vissuto bene queste due settimane di viaggio e abbia imparato molte cose, sono sicura che ce ne sono tantissime altre da scoprire.

Quando ho inviato la candidatura al servizio civile mai avrei immaginato tutto questo e,  forse, se me l’avessero detto, non ci avrei creduto. L’unica cosa che sapevo era che se mi avessero accettata, quello sarebbe stato un anno intenso. Ed è stato così, ma con molte soddisfazioni. Le “miniere” di cui parla Terzani non sono solo luoghi fisici e geograficamente collocati, ma sono presenti in ognuno di noi. È attraverso gli incontri, le sfide e le delusioni, che scaviamo nella nostra miniera personale e scopriamo capacità e limiti nuovi. Quello che dobbiamo imparare è darci tempo, osservare, imparare dagli altri, accettando le critiche e non stancandoci mai di farlo. GTV per me è stato questo.

CẢM ƠN GTV!

Lucia Bettani

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