La missione di Luca e Laura: alla (ri)scoperta dell’isola di Atauro, Timor Est
Ott 22 2025Il traghetto solca le onde mentre l’isola di Atauro diventa piano sempre più grande davanti a noi. Sono passati più di 10 anni dall’ultima volta che ci siamo stati, sempre come volontari di GTV per monitorare i progetti in corso all’epoca e non sappiamo cosa attenderci. Dili, la capitale di Timor Est è un po’ cambiata: la maggior parte delle strade sono asfaltate, pulite, ordinate, il lungomare è un lungo parco molto frequentato da giovani ed, in generale, la sicurezza è molto migliorata. D’altro canto, rimane una città bassa, con solo quattro edifici più alti di 4 piani, molto lenta, collegata dagli onnipresenti e coloratissimi mezzi pubblici “microlet”, con qualche bel museo che ricorda la storia travagliata del Paese. Ci chiediamo quali cambiamenti abbiano raggiunto Atauro, storicamente remota ed isolata, sia in tempi di pace che di guerra.

Siamo qui sia per visitare l’isola, sia per monitorare i progetti che GTV è tornato a realizzare da due anni a questa parte. Rispetto alla prima volta, non ci sono più padre Chico e padre Luis, ma altri missionari della congregazione degli Scolopi.
Possiamo già dire che i collegamenti con l’isola principale di Timor sono migliorati - 10 anni fa c’era solo un traghetto il sabato, mentre ora ci sono collegamenti quotidiani, tranne il lunedì!
Una volta sbarcati al porto di Beloi, ci guardiamo intorno ed iniziamo a notare le differenze e le somiglianze. Barry e il suo resort sono ancora lì; il mercato del sabato di Beloi si è espanso ed ora è attivo tutti i giorni tranne la domenica, sotto tettoie di legno che hanno sostituito le vecchie tende. Ci sono due centri di immersioni poco distanti; c’è qualche guesthouse locale in più. Il vecchio emporio cinese è sempre lì.
Troviamo con un po’ di fatica un tuk tuk che ci porta lungo la strada polverosa fino a Vila Maumeta, il centro amministrativo dell’isola fondato dai portoghesi, dove pernotteremo alla Posada Manucoco Rek, uno degli storici progetti di padre Chico. Con gioia, vediamo che la guesthouse e annesso ristorante sono ancora operativi , con il suo surreale ma delizioso menù a base di pizza, gnocchi, tagliatelle fatte in casa. È stata costruita una piccola area relax con un paio di poltrone in legno e abbellito il giardino piantando degli alberi, mentre le stanze sono rimaste uguali. Alcuni dei visi e dei nomi delle donne che lavorano riemergono dalle profondità della nostra memoria, anche se loro non si ricordano di noi.

Il giorno dopo incontriamo padre Ewaldo, che ci condurrà a visitare il progetto di GTV per migliorare l’accesso all’acqua a Makili. La strada sterrata si arrampica sulla montagna che separa Vila da Makili, a tratti davvero ripida. Poiché non ci sono molti mezzi di trasporto, padre Ewaldo ci porta personalmente con la sua moto. Padre Ewaldo è indonesiano, di Timor Ovest. Ci appare subito come una persona molto dinamica e molto legato alla comunità. Mangiamo ottimo cibo italiano e timorense al Dekali, la guesthouse costruita da padre Luis nella parte bassa del paese, vicino alla spiaggia sassosa, e trascorriamo il giorno seguente visitando le famiglie che hanno costruito le cisterne finanziate da GTV. L’accesso all’acqua è ancora altalenante. L’estate è stata particolarmente piovosa e le fonti producono ancora molta acqua, ma l’anno scorso non è stato così e per questo molte famiglie hanno provato a costruire cisterne supplementari per immagazzinare una quantità maggiore di acqua e per captare l’acqua piovana.
Dietro il Dekali, si trova un edificio che la cooperativa dei pescatori ha temporaneamente prestato alle socie della cooperativa Boneca de Atauro, costituita da padre Chico. La Boneca produce artigianato tessile, inizialmente realizzando bambole vestite con i vestiti tradizionali e i tessuti “tais”, per espandersi poi a borsette, giocattoli, borse portacomputer. È una delle “eccellenze” dell’isola, nota anche nella capitale, ma purtroppo da un anno è stata sfrattata dal locale di Vila Maumeta dove ha sempre lavorato ed accolto i visitatori ed è ora alla ricerca di nuovi spazi. Padre Ewaldo ci mostra il terreno antistante il Dekali che la Cooperativa ha ottenuto in donazione dalla comunità, ma ora servono fondi per costruire l’edificio. Discutiamo a lungo con la presidente Virginia i dettagli della struttura e dei percorsi formativi che le socie richiedono e al ritorno prepareremo una richiesta di finanziamento per reperire le risorse necessarie.



Qualche giorno dopo, partiamo per Macadade, il villaggio che si trova nell’altopiano al centro dell’isola che è stata in passato sede di molti progetti di GTV e ASMA (Associazione Santissimi Martiri Anauniesi, associazione dei Solteri di Trento) per vedere come sia la situazione attuale. La strada non è decisamente migliorata e, anzi, la parziale asfaltatura e i lavori in corso la rendono paradossalmente più difficile da percorrere. Ci vuole quasi un’ora e mezza per viaggiare meno di venti chilometri e spesso ci dobbiamo fermare in luoghi pericolanti per lasciar passare i camion che scendono dalla montagna. Ma la scomodità è compensata dalla bellezza del paesaggio: i prati sono ancora molto verdi e la vista sul mare che ci circonda è davvero sensazionale.
Anche Macadade sembra cambiata poco: lo stesso reticolo regolare di vie, lo stesso ritmo dormiente, tra le casette tradizioni e le numerose manleka (tipica struttura sopraelevata per stoccare sementi e cibo al riparo dagli animali) anche se notiamo qualche innovazione, come un centro di salute pubblico costruito recentemente. Ci fermiamo da mana Mena, una signora del posto che fa parte del gruppo Varanda Verde, anch’esso costituito da padre Chico, che produce erbe e rimedi tradizionali. Il gruppo ha un po’ perso coesione recentemente, ma lei continua l’attività autonomamente. La sua casa è anche il luogo dove pernottavamo all’epoca durante le visite ai progetti e constatiamo con gioia che si ricorda un po’ di noi! La casa è in realtà cambiata e quella che ricordavamo costruita con materiali tradizionali è sostituita da una più moderna in mattoni. Nel cortile all’esterno, suo marito ed il figlio stanno facendo sobbollire il latte di cocco per produrre olio.
Dopo esserci rifocillati, ci avviamo per il villaggio a cercare le cisterne d’acqua costruite con il progetto del 2008-2009 come punti pubblici di approvvigionamento dell’acqua. In questa zona di Atauro, l’acqua è molto scarsa e non è sufficiente per servire ogni singola casa, per cui l’unica soluzione praticabile è stata, oltre a migliorare ed espandere l’opera di captazione dell’acquedotto (sorgente di Abaktia), di ampliare la rete di fontane pubbliche dove la popolazione può riempire le proprie taniche. Notiamo con piacere che tutte le cisterne che ritroviamo sono ancora attive ed in uso. Notiamo con dispiacere la presenza di altre cisterne, costruite dal governo, ma non funzionanti.
Un altro intervento importante coordinato da GTV era stata la costruzione di una toilette ad acqua per l’asilo infantile Fitun Esperanca, che si trova nel villaggio, nei pressi della chiesa protestante. Giunti sul posto, ci rendiamo conto però che la toilette non c’è più: rimane solo la base in cemento delle latrine. Interpelliamo una delle insegnanti, la quale ci informa che la toilette è stata distrutta da un tifone 2 anni fa e non è stata ricostruita. È un gran peccato perché l’asilo è ben funzionante, colorato e accogliente, ed offre anche un piccolo servizio mensa.
Ci spostiamo poi presso la scuola elementare del villaggio, dove era stata costruita una toilette a compostaggio che potesse essere utilizzata anche in assenza di acqua. Poiché gli insegnanti sono cambiati, ci mettiamo un po’ a far capire ciò che cerchiamo ma alla fine la troviamo: è ancora utilizzata quotidianamente, anche se ormai risulta sottodimensionata perché nel frattempo la scuola si è espansa costruendo nuovi edifici scolastici, dormitori per gli insegnanti ed un servizio mensa e l’utenza è, fortunatamente, aumentata.
Rientrati a Makili, è tempo di re-incontrare padre Daniel, il coordinatore della comunità dei Padri Scolopi e referente per il progetto finanziato da GTV e dalla Regione Trentino-Alto Adige per la prevenzione della dengue. Padre Daniel è spagnolo, biologo di formazione ed ha un approccio molto preciso e scientifico al tema. Nei mesi passati, assieme a volontari locali e studenti universitari, ha condotto una mappatura delle aree di maggiore concentrazione delle zanzare nella comunità e svolto attività di formazione e informazione alla comunità su come proteggersi. Di solito residente a Dili, padre Daniel è in questi giorni a Makili per tenere la formazione ai volontari locali che si incaricheranno di svolgere le attività di fumigazione delle aree più a rischio, utilizzando gli strumenti forniti dal progetto. È necessario utilizzare una procedura specifica, che comprende ovviamente l’uso di dispositivi di protezione per proteggersi dalle sostanze chimiche, e uno stretto coordinamento con il centro di salute locale. L’epoca della dengue coincide con la stagione delle piogge, che inizierà in novembre, ed è quindi il momento ideale per svolgere questa formazione.

Il progetto è molto rilevante perché l’assistenza sanitaria sull’isola è molto precaria e la prevenzione è la migliore strategia per salvare vite. Anche il solo spostamento da un villaggio all’altro è complicato e richiede camminate di ore lungo le colline e le montagne, o lungo le scogliere quando la marea è bassa. Per i casi più gravi bisogna essere evacuati fino a Dili perché i centri di salute locali offrono solo servizi medici di base. Un triste indicatore di questa situazione è la visita ad uno dei cimiteri locali, dove è possibile rendersi conto, dalle date sulle lapidi, di quanta gente muoia prematuramente o addirittura nell’infanzia.
Ma la vita di Atauro ha anche le sue semplici gioie, come il bellissimo mare con stupende barriere coralline, recentemente formalmente salvaguardate dal Governo che ha istituito delle Area di Protezione, il verde delle montagne, l’occasionale festa di compleanno del parroco del paese che diventa un’occasione di ritrovo per i giovani, che non hanno altrimenti molte altre opportunità di svago. Ma soprattutto, ci colpisce vedere come il ricordo di padre Chico e padre Luis permanga nella comunità, anche dopo molti anni che non risiedono più qui. Lo si nota chiaramente in quadri al Manucoco e a Makili che li raffigurano o riprendono le loro massime, nei dettagliati racconti dell’anziano maestro di portoghese che ci elenca tutto ciò che padre Chico ha fatto per la comunità, negli occhi di José, all’epoca un bambino che seguiva padre Chico nelle sue attività, e che ora desidera diventare sacerdote anche lui per dedicare la propria vita ad aiutare la comunità. La più grande eredità è sicuramente rappresentata dai loro progetti, che proseguono anche senza la loro presenza fisica continuando ad accompagnare le comunità.
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