La promessa mancata
Giu 17 2016Di questo mese, stando al documento finale di un importante Accordo di Pace firmato due anni prima a Ginevra, si dovevano tenere le prime elezioni nazionali libere di un ex colonia. Siamo nel 1956. Sessant’anni fa. Queste elezioni non erano una concessione caritatevole calata dall’alto ma erano il risultato di una conquista ottenuta sul campo da un piccolo popolo, che tra i primi al mondo, aveva deciso di impugnare le armi per ottenere l’indipendenza contro le potenze che stavano dominando lo scacchiere geopolitico. Un evento, quello delle elezioni, che doveva segnare simbolicamente la fine di un ciclo contraddistinto da violente battaglie e l’inizio di una nuova fase in cui la pace e la possibilità di costruirsi autonomamente un proprio percorso di sviluppo sarebbero stati gli elementi su cui fondare il futuro.
Ma come abbiamo detto: eravamo nel 1956, sessant’anni fa. Un periodo storico nel quale si stava vivendo la transizione tra il vecchio ed il nuovo ordine mondiale. Se da un lato le vecchie potenze coloniali stavano palesando segnali di decadimento faceva da contraltare il progressivo accrescimento delle tensioni tra le due nuove potenze mondiali: l’Urss e gli Usa. Una data spartiacque anche per la storia del Vietnam che proprio in questi due anni si ritrovò dal lottare contro l’imperialismo francese (reimposto dopo la fine della seconda guerra mondiale, allor quando i Viet Minh avevano cacciato i giapponesi e credendosi legittimati ad ottenere l’indipendenza gli alleati decisero invece di ristabilire il controllo francese) ad essere un importante pedina nella guerra fredda. Dall’idea di essersi guadagnati per la seconda volta l’indipendenza, in pochi mesi i Viet Minh si ritrovarono a doversi confrontare con gli Stati Uniti che basandosi sulla strategia del contenimento erano tutt’altro che assenzienti nel permettere al Vietnam di costruire la propria visione socialista. La vittoria di Dien Bien Phu nel 1954 ai danni dei Francesi, fu talmente fragorosa, che per i paesi occidentali fu impossibile evitare per intero la costituzione del nuovo Stato nelle trattative durante la Conferenza di Ginevra. Ma quello che riuscirono ad ottenere, fu la divisione del Vietnam sul 17° parallelo e la posticipazione della naturale unificazione della nazione: a Nord vi si creò la Repubblica Democratica del Vietnam guidata da Ho Chi Minh, a sud vi si stabilì un governo rappresentato dall’imperatore Bao Dai, guidato dal cattolico Ngo Dinh Diem e supportato dagli Stati Uniti. Il tutto contornato dalla promessa di indire l’elezioni nazionali su tutto il territorio nel giugno del 1956 in cui si sarebbe permesso sia ai vietnamiti del Nord che quelli del Sud di scegliere liberamente ed assieme il nuovo assetto statale in cui vivere.
Ho Chi Minh e i suoi, forti del consenso popolare che avevano in tutto il Vietnam, accettarono questo compromesso consapevoli che nel 1956 avrebbero vinto le elezioni. Per gli Stati Uniti, i due anni significavano un breve lasso di tempo nel quale dovevano essere in grado di far cambiare idea ai Vietnamiti, portandoli a scegliere un governo nazionale che condividesse le sue idee. Il risultato è risaputo. Sebbene gli Stati Uniti durante tutto il 1955 stanziarono importanti aiuti sia economici che militari al neo costituto stato del Vietnam del Sud, la guida di Ngo Dinh Diem non solo non riuscì a scalfire la popolarità di Ho Chi Minh ma addirittura contribuì a fomentarla pervia di una mala gestione dello stato e l’implementazione di politiche che fin da subito si mostrarono controproducenti come la fallimentare riforma agraria che prevedeva la creazione dei villaggi strategici. Nell’ottobre del 1955 “il Churchill Asiatico” come lo definiva Lyndon Johnson, attraverso un referendum manovrato, destituì l’imperatore Bao Dai imboccando in questo modo una deriva dispotica che lo avrebbe portato a cancellare l’appuntamento delle elezioni, ad adottare una costituzione autoritaria e quindi ad attuare politiche di discriminazione come la volontà di favorire i vietnamiti cattolici a discapito di quelli buddisti. La sua guida s’interruppe con il colpo di Stato nel ’63 da parte dell’ARVN guidato dal generale Duong Van Minh.
Ma torniamo al biennio ‘55/’56. A dire il vero anche i Viet Minh in questi anni non è che brillassero. Di fatto anche nel nord si cercò di attuare una nuova riforma agraria che risultò rovinosa e che per certi versi compromise la popolarità del movimento. Ma a dar manforte alla figura di Ho Chi Minh vi era la percezione che solo con lui il Vietnam sarebbe potuto essere effettivamente indipendente. Infatti, sebbene la Repubblica Democratica del Vietnam del Nord fosse ideologicamente schierata, nella politica reale Ho Chi Minh cercò da sempre di mantenere una certa autonomia anche nei confronti della Cina di Mao e dalla Russia stalinista evitando di accettare la subordinazione del proprio paese in nome del bisogno d’aiuti. Ed è in questa cornice di voglia di libertà nel poter scegliere che all’indomani della scelta da parte di Ngo Dinh Diem di cancellare l’elezioni, con l’avvallo statunitense, nel Sud del Vietnam iniziarono a formarsi le cellule del Fronte Nazionale di Liberazione (che diventeranno famose con il nome di Viet Cong) e quindi l’inizio della terza Guerra d’Indipendenza.
60 anni fa ci fu quindi una promessa mancata. Una promessa che doveva finalmente permettere al popolo vietnamita di esercitare quella libertà che per decenni l’ha perseguita lottando prima con i giapponesi e poi con i francesi. Ma purtroppo nemmeno il 1956 fu l’anno giusto e da lì a poco scoppiò quella guerra che negli anni seguenti influenzerà il corso della storia mondiale. Chissà come sarebbe oggi il Vietnam con 60 anni storia di unione, di pace e d’indipendenza. Una storia nata dalla libera scelta di un popolo. E chissà come sarebbe il mondo senza la guerra del Vietnam.